Home >> Comunicazioni,Il Comites informa,Notizie >> “IL NOSTRO MAL-ESSERE NELLA NOSTRA SOCIETÀ LIQUIDA”- A cura della Dott.ssa Rosa Venturini Ragno

Nella società postmoderna il legame sociale è in crisi,

sia il legame delle persone con i diversi componenti sociali e culturali,

sia il legame tra le persone stesse.

Kaes, R.

 

Negli ultimi anni si è verificato l’aumento di uno stato di mal-essere, di sofferenza diffusa ed indefinita nelle persone. In questo momento, dove c’è un maggior pericolo, tra altri presenti, nel senso di instabilità, è nei legami, sia sociali che affettivi.

Noi …Stiamo insieme ma, tuttavia, la comunicazione difficilmente arriva a sfiorare i “tasti” emotivi dell’intimità, come se ciascuno di noi avesse uno schermo che lo proteggesse dal contatto più profondo della partecipazione e della condivisione, premesse imprescindibili ed indispensabili per un progetto di relazione.

In questa toccata e fuga rischiamo che si ponga in questione la condizione di inizio per la costruzione di legami profondi che offre il desiderio, motivato dalla curiosità, dalla necessità di narrarsi, dall’impulso sociale di integrarsi, dal bisogno di riconoscersi como appartenenti ad una trama relazionale. Questa difficoltà ha come conseguenza uno sfondo di sentimenti di fragilità, di instabilità e, spesso, di profonda solitudine.

Nelle osservazioni e nello studio dell’essere umano, concependo la sua identità come un costante scambio con il suo “ambiente”, si è arrivati a considerare che le trasformazioni caleidoscopiche del nostro tempo, definito come postmoderno, hanno come riflesso un cambiamento nelle caratteristiche strutturali delle persone per quanto concerne la rappresentazione di se stessi, che si riflette negli atteggiamenti e nei comportamenti che andranno a determinare la trama dell’esistenza, inevitabilmente colorata dall’emotività affettiva.  Il passaggio dall’età moderna alla postmoderna include essenzialmente un senso di inconsistenza e di mutabilità: alcuni sociologi l’hanno definita modernità liquida.

La descrizione di questa atmosfera sociale incontra una corrispondenza nel setting psicoterapeutico; negli ultimi anni si manifesta un aumento degli stati di ansia e di angoscia che, spesso, si manifestano dopo eventi che comportano cambiamenti importanti nella vita, nel senso che destabilizzano il fulcro sul quale il sistema esistenziale della persona è appoggiato.

Nella realtà contemporanea il valore supremo sembra essere quello della libertà, non nel senso di un progetto politico di affermazione e tutela della democrazia, bensì, come tendenza compulsiva al piacere individuale. Sotto il dominio di una cultura consumista esasperata si è acquisita una tendenza all’immediatezza, all’urgenza, a scapito della capacità di attesa e di costruzione.

Anche per questo motivo le relazioni interpersonali stanno perdendo la solidità che si acquisisce con la continuità, con la condivisione di momenti di intimità emotivamente carichi di significato. Spesso temiamo le nostre emozioni, fino al punto che ci sentiamo confusi e sconcertati nel viverle, nello sperimentarle. Questo è un paradosso esistenziale. Se da un lato abbiamo bisogno di stabilire legami, dall’altro siamo timorosi e spaventati nell’addentrarci in un terreno sconosciuto e pertanto potenzialmente rischioso, per la paura di perderci, di disperderci e di annullarci nell’Altro.

Nel complesso intreccio tra passato e presente è necessario esplicare quali possono essere le molteplici paure ed ansie che si infiltrano nelle relazioni, in maggior misura quando cresce il grado di intimità. Considero che sia molto importante coltivare la capacità personale di mantenere una disponibilità emozionale senza proiettare sull’Altro il proprio stato d’animo. È un equilibrio che può risultare molto difficile a seconda dell’ “alfabeto e del linguaggio” relazionale acquisiti, a seconda dell’esperienza familiare vissuta nell’infanzia.  In questi casi, le carenze emergono quando la persona può sentirsi sottoposta ad un conflitto tra la necessità di amicizia ed amore e le resistenze attivate per evitare il contatto intimo.

L’evitazione si pone di manifesto se non abbiamo ancora integrato ed assimilato quei legami primari che ci hanno fatto percepire dolore e delusione e che pertanto rimangono attivi; tutte le persone siamo vulnerabili nelle aree degli affetti per l’impronta del trauma che, come un nervo che è rimasto scoperto, ci fa sobbalzare se qualcuno lo sfiora.

Spesso ricopriamo con una corazza un nucleo fragile; la fragilità e l’insicurezza, a volte, si mascherano con un atteggiamento di chiusura e di freddezza, che spesso si esprime con una lontananza emozionale verso l’Altr@. Questo atteggiamento ha la “funzione”  di proteggerci, per la paura di sentirsi emozionalmente ferito. Può accadere che, nonostante una persona abbia il bisogno di avvicinarsi, di vivere in intimità e confidenza con un’altra persona, in realtà metta in atto una serie di modalità di fuga e di evitazione che non sono altro che la risposta alla sensazione di pericolo.

Questo potrebbe spiegare il successo delle chat nelle social network, come  un comportamento che aspira a compensare il mal-essere che provoca la “troppa” vicinanza, l’intimità. La relazione virtuale è una modalità di interazione caratterizzata dalla facilità con la quale si può iniziare e finalizzare un contatto, solamente premendo un tasto.

Nella condizione di sentirsi appartenenti ad un contesto sociale liquido, nel senso di schivo e precario, è necessario pensare che cosa può contrarrestare lo sconcerto dovuto alla mancanza di ideali e di valori. C’è un mal-essere che appare nell’incapacità, nella difficoltà di “stare” con l’esperienza di emozionarsi e con l’esperienza di approfondire,  che ci condurrebbero, entrambe,  ad una maggior consapevolezza.

C’è spesso una paura ad entrare in contatto con i vissuti delle proprie emozioni, delle sofferenze, dei conflitti e delle contraddizioni perdendo così di vista il significato della propria esperienza; perdendo la consapevolezza del momento presente.

Di fatto, con maggior frequenza si osservano comportamenti e condotte orientati ad una ipereccitazione corporale, come una compensazione di sentimenti quali la tristezza, la noia, il tedio, l’incertezza, il sentimento di colpa, ecc…  Spesso, questi stati d’animo, si giudicano come negativi; è necessario sapere che la loro “normalità” dipende dalla durata e dalla connessione con gli eventi del momento presente. Se c’è una coerenza con il contesto esperienziale – per esempio conflitti, litigi, crisi, cambiamenti, perdite, lutti – queste emozioni rappresentano un’opportunità importante per un contatto intimo che racchiude una potenzialità di sviluppo, di crescita e di maturità.

Nel caso in cui questo “scenario” psicologico diventi insopportabile, quando non esistono sostegni né interni, né esterni, si impone la cultura della distrazione e dello stordimento, un modo di compensare o di sopprimere stati emozionali insopportabili. Nell’entrare in questa dimensione, l’organismo si sovreccita usando alcool, droghe, sesso e shopping compulsivi, ecc.. nel tentativo di raggiungere l’apice del piacere idealizzato.

Nel frenetico vortice indirizzato verso l’evitazione della paura del vuoto e del nulla, se non entriamo in contatto con i vissuti intimi delle nostre emozioni, delle nostre sofferenze e conflitti, perdiamo anche, in modo paradossale, il significato dell’esperienza vissuta.

È necessario riconoscere la qualità delle nostre emozioni per “nominarle”, integrarle ed assimilarle.

 

 

Rosa Venturini

Pedagoga e psicoterapeuta umanista

rventurini@hotmail.it

cell.re  616981163

 

 

 

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