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Rossella Urru è libera e farà il suo rientro in Italia questa sera

Rossella Urru è libera : dopo 270 giorni di prigionia, letteralmente inghiottita nel nulla, nelle mani di un gruppo islamico pericoloso quanto misterioso, è stata liberata con i suoi due compagni, i cooperanti spagnoli Ainhoa Fernandez de Ruincon e Eric Gonyalons.

La conferma della voci della liberazione che si rincorrevano già dalla mattina è arrivata nel tardo pomeriggio di ieri con l’annuncio del ministro degli esteri Giulio Terzi che ha parlato di una «bellissima notizia» mentre dal Quirinale il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha sottolineato la «gioia e sollievo» dopo aver seguito, come il premier Mario Monti, personalmente la vicenda.

E proprio Monti in una nota afferma di partecipare «alla grande gioia dei familiari e di tutti gli italiani per la liberazione di Rossella Urru». «Ringrazio gli organi dello Stato – dice ancora il premier – per questo ulteriore successo che l’Italia può segnare nella lotta contro il terrorismo internazionale, rafforzando il sentimento di sicurezza che l’appartenenza alla comunità nazionale assicura agli italiani che operano nel mondo».

E immediatamente a Samugheo, il paese di origine della Urru in Sardegna, è scoppiata la gioia con le campane che hanno iniziato a suonare a festa mentre caroselli di auto salutavano la liberazione. «È tutto vero», confermava anche Mauro, il fratello di Rossella, rimasto nell’isola mentre i genitori erano già a Roma, alla Farnesina. In attesa di rivedere Rossella che potrebbe arrivare nella capitale questa sera: «Sono emozionatissima, non vedo l’ora di riabbracciarla», le prime parole della mamma.

L’incubo di Rossella – una vicenda che ha registrato una grande partecipazione dell’opinione pubblica con una vasta mobilitazione – è finito ieri in una non precisata località del nord del Mali (da mesi saldamente in mano jihadista). La Urru ed i suoi due colleghi erano stati rapiti il 23 ottobre scorso nel campo Rabouni, a Tindouf, dove c’è la più grossa comunità di saharawi, gli abitanti dell’ex Sahara spagnolo che non accettano la sovranità marocchina.

A sequestrarli un gruppo armato che, a bordo di pick-up, fece irruzione nel campo e li prelevò, sparendo letteralmente nella notte e lasciando aperti molti interrogativi, perché, colpendo i cooperanti, si colpiva il popolo saharawi, manifestamente sostenuto dai movimenti islamici.

È ancora presto per capire cosa sia accaduto in questi lunghi mesi e, soprattutto, cosa realmente si nasconda dietro questo sequestro che ha reso «famoso» il Movimento per l’unicità e la jihad nell’Africa occidentale, gruppo dalle origini oscure, praticamente sconosciuto sino a pochi mesi fa e che ora dialoga con i Paesi (anche se i dinieghi ufficiali su presunte trattative sono unanimi) e si impone come protagonista nella magmatica situazione del nord del Mali, con una disponibilità economica sospetta, anche se si pensa che per rilasciare i suoi ostaggi si faccia pagare e bene.

Ma, quali che possano essere gli accordi per il rilascio, sarebbe ben difficile capire come il Mujao abbia potuto, in un periodo brevissimo, fare un tale salto di qualità (che significa armi e uomini, da pagare bene entrambi), anche con attentati sanguinosissimi, soprattutto in Algeria. Nei mesi scorsi il Mujao aveva chiesto, per la liberazione di Rossella Urru e Ainhoa Fernandez de Rincon, trenta milioni di euro.

Nella trattativa non era stato fatto entrare il nome di Gonyalons, perché il Mujao voleva usare la sua minacciata eliminazione come leva nei confronti del governo di Madrid per ammorbidirne l’intransigenza. Dopo il no ufficiale alla prima richiesta, è seguito il silenzio, che in questi casi spesso significa che i contatti sono stati riallacciati nel più totale segreto, magari servendosi di mediatori. Come possono essere stati i notabili arabi che, nel nord del Mali islamico, mantengono intatta la loro autorevolezza.

Quanto sta accadendo dà la netta impressione che, nell’alleanza islamica del nord del Mali, i gruppi che ne fanno parte abbiano ormai compiti ben precisi: Aqmi incarna l’ala militare; Ansar Dine impone la sharia nelle regioni “liberate”; il Mujao gestisce i sequestri. E lo fa anche bene, perché limita al massimo i comunicati, centellina le notizie (come ha fatto nel caso di Rossella Urru) e usa alcuni media «non ostili» quando c’è da fare pressione, magari facendo filtrare informazioni errate, come quella della liberazione degli ostaggi, con il solo scopo di fare montare la tensione nei Paesi d’origine dei rapiti.

Fonte: (ilsecoloXIX.it)

 

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