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Incontro tra i direttori degli IIC

Un’azione coordinata, una programmazione di lungo respiro, un’offerta culturale diversificata, corsi di lingua standard e un’unica certificazione, personale qualificato. Questo, in estrema sintesi, aiuterebbe il lavoro che gli 89 Istituti Italiani di Cultura svolgono all’estero per promuovere la lingua e cultura italiana. Oltre alle risorse, ovviamente: tema, questo, su cui i direttori che oggi hanno partecipato all’audizione di fronte alle Commissioni Esteri e Cultura della Camera hanno mostrato di avere una certa rassegnazione.

L’audizione fa seguito a quella del Ministro Frattini resa il 6 luglio scorso, sempre nell’ambito dell’indagine conoscitiva su “Promozione della cultura e della lingua italiana all’estero”.

Per l’occasione sono giunti a Roma Melita Palestini (Atene), Salvatore Schirmo (Barcellona), Rossana Rummo (Parigi) e Giuseppe Di Lella, già direttore a Madrid. Salutati dalla presidente Aprea (Cultura) e dal vicepresidente Narducci (Esteri), i direttori hanno svolto le loro riflessioni, partendo ovviamente dall’esperienza personale nei diversi Paesi in cui operano o hanno operato.

Melita Palestini, negli IIC da 20 anni ora ad Atene, ha richiamato le parole del Ministro e la strategia del “fare sistema” per sostenere che “tutti noi già lo facciamo”. Così come nessuno, ha aggiunto, “con la crisi che corre si aspetta un aumento del finanziamento dal Mae”.

La grande risorsa cui guardare, per Palestini, è invece rappresentata dalle regioni. “A volte arrivano nei Paesi esteri e non hanno punti di riferimento, quando le delegazioni regionali hanno grandi potenzialità e risorse. Alcune sanno che ci sono gli IIC e si rivolgono a noi che siamo inseriti nella struttura sociale del paese che ci ospita”. Altre invece no.

“Gli IIC sono 89 vetrine nel mondo: le regioni – ha aggiunto la direttrice – hanno potenzialità culturali, turistiche, hanno università locali da promuovere, piccole e medie imprese. Certo, non tocca a noi coordinare l’azione politica all’estero, quello è il compito della Farnesina. Ma potremmo rappresentare per le regioni un punto di proiezione, una vetrina. Saremmo dei collaboratori in grado di dare spazio e visibilità all’Italia “minore”, non per importanza, ma perché poco conosciuta”. Poco sfruttate, invece, le collaborazioni con le università e i loro professori che potrebbero illustrare “il progresso dell’Italia”.

Direttore a Barcellona, Salvatore Schirmo ha ricordato che l’ultima volta che il Parlamento ha sentito gli IIC risaliva al 2004. “Saprete che gli istituti sono regolati dalle Legge 401; allora era ministro De Michelis. La legge fu attuata da Spinetti, ora ambasciatore in pensione, e da Lo Monaco, ora alla Direzione Generale del Mae (Sistema Paese)”. La legge, ha aggiunto, “ha un impianto che regge ancora” e dal 90 in poi “ha garantito una nostra presenza sul territorio, importante, non virtuale. Perché il nostro è un lavoro di relazioni, tessute giorno per giorno”. Per questo, per Schirmo, l’idea degli “Hub” o degli istituti-modello in poche città, a coordinare le altre presenze dislocate sul territorio pone qualche perplessità perché “non può mancare la presenza sul territorio”. certo, l’informatica annulla le distanze, ma nulla può più del vedersi e parlarsi vis a vis, “se no si potrebbe fare tutto da Roma”.

Certo, “occorre attualizzare la figura e l’azione degli IIC” in modo tale da “confermare il loro ruolo di perno su cui far ruotare la promozione culturale e linguistica”. Con risorse adeguate. Da tempo, gli IIC si confrontano con quelle messe in campo dai “colleghi” stranieri: “a Barcellona i francesi stanno in palazzo di sette piani, che io chiamo Ministero. Hanno pure il coordinatore per la lingua business oriented. Per noi competere è difficile. Lo facciamo, ma è difficile”. Quello che complica il lavoro è che gli IIC “operano con risorse incerte: la dotazione ministeriale fino a due tre anni fa ci garantiva uno zoccolo duro su cui operare, cui si aggiungevano gli introiti dei corsi, che sono variabili. Ora è incerta pure la dotazione del Mae, dunque le nostre programmazioni sono necessariamente di corto respiro per rispettare sacra legge della copertura della spesa. Non mi scrivo nella lista di chi vuole i fondi ministeriali, per carità, ma anche per chiedere sponsor ci vogliono eventi di grande respiro. Se non lo sono, e coi tempi che corrono, come facciamo a chiedere una sponsorizzazione alle imprese?”.

Per dare la misura della situazione, Schirmo ha spiegato che Barcellona si autofinanzia per l’87% e che i soldi del Mae bastano per due mesi. “Praticamente se ci tolgono il contributo ministeriale nulla ci differenzierebbe da una Spa!”.

Già direttore a Madrid, curatore di una mostra su Galileo che ha stregato la Spagna (e che la presidente Aprea voleva tanto vedere anche in Italia, al Parlamento, ma “purtroppo non ci sono i soldi”) Giuseppe Di Lella ha posto l’accento sul patrimonio immobiliare degli IIC e sulle collaborazioni con le Fondazioni Bancarie.

“La sede di Madrid – ha detto – è ricca dal punto di vista patrimoniale ma povera di finanziamento. La sede dell’IIC vale 100 milioni di euro e costa uno sproposito di manutenzione. Il teatro, che usiamo per la maggior parte degli eventi interni, l’ha ristrutturato Missoni”, ha aggiunto Di Lella secondo cui sarebbe meglio vendere e pagare un affitto.

“A Madrid siamo arrivati a 1 milione e 200mila euro sponsor all’anno”, ha aggiunto, spiegando il ruolo importante delle Fondazioni Bancarie che in Spagna destinano una percentuale degli incassi non all’acquisto di opere d’arte per incrementare il loro patrimonio, ma alla promozione di eventi culturali. Che, però, devono essere di un certo peso: “è più difficile avere 30mila euro che 300mila: le Fondazioni vogliono i grandi eventi, che hanno un ritorno significativo per lo sponsor”.

Un’altra questione aperta, per Di Lella è la mancanza di programmazione e il frequente turn over di direttori e addetti che arrivano da Roma “che tra l’altro costano molto. Meglio puntare sulla qualità del personale locale, che alla fine sono quelli rimangono, il filo rosso che unisce le varie direzioni”.

Sta per lasciare Parigi dopo quattro anni Rossana Rummo, un’esperienza “impegnativa, ma importante” da cui ha desunto alcuni punti su cui intervenire: “gli IIC devono agire al di là della comunità italiana presente sul territorio, ma proiettare la loro offerta ai “locali”. In passato gli IIC erano club di italiani all’estero, che sono importanti e fondamentali, ma lo scopo degli istituti è promuovere l’internazionalizzazione verso una cultura che non è la nostra”. Al secondo punto, Rummo inserisce l’offerta culturale diversificata: “gli Istituti dovrebbero proporre, in base alle esigenze del territorio, un panorama della cultura italiana ampio e qualificato”, avendo cura di inserire “accanto alla promozione dei grandi nomi, anche quelli dei nostri giovani talenti emergenti”.

Sul fronte-lingua, Rummo ha spiegato che gli IIC “traggono profitto dai corsi, che possono essere affidati a strutture esterne o essere gestiti direttamente da noi, attraverso il reclutamento degli insegnati con concorso pubblico. Parigi recluta direttamente e gestisce internamente, ma quando sono arrivata le stanze destinate alle lezioni non erano degne di noi: come ci presentiamo – ha ricordato Rummo passando al quarto punto – è fondamentale: servono le infrastrutture tecnologiche, di offerte e di servizi che un paese civile europeo come l’Italia deve dare”.

L’Italia, per Rummo, dovrebbe anche impegnarsi sulla certificazione: “in Italia se ne occupano 4 enti: ogni anno dobbiamo far venire gli insegnati nelle due università che se ne occupano e spendiamo soldi risparmiabili. Che si faccia una certificazione unica, che sia data anche ai corsi degli IIC, anche perchè all’estero ci sono molti enti privati che fanno corsi e che raccolgono molto pubblico, giocando anche sulle assonanze del loro nome (come “centro culturale italiano” – ndr)”. D’accordo con Frattini che per le scuole italiane all’estero la scelta non potrà che essere il bilinguismo, Rummo ha spiegato ai parlamentari che sarebbe di aiuto per trovare sponsor anche la defiscalizzazione delle loro donazioni, come accade in Francia dove viene applicato un bel -64%.

I numeri di Parigi riferiscono di un contributo Mae di 360mila euro; le sponsorizzazioni sono passate dal 5% del 2008 al 13% di oggi “ma con grandi sforzi”.

Anche Rummo, come Di Lella, ha parlato del personale locale: “da Roma arrivano addetti con buona volontà, ma scarsa capacità di organizzazione culturale e sulla comunicazione. Parlo di una formazione non in teoria, ma pratica: servono persone già impiegate, sappiano fare un piano di comunicazione, un piano stampa, organizzare mostre. Serve formazione e riqualificazione soprattutto per il personale a contratto locale che non ha nessun incentivo: loro rimarranno nella sede, ma hanno la carriera bloccata e non qualificata. Bisogna rivedere questo aspetto per incentivarli, non solo economicamente, ma soprattutto professionalmente”.

Quanto alla razionalizzazione, Rummo ha detto che “la Francia ha chiuso molte più sedi delle nostre. D’altra parte è una tendenza che ci accomuna tutti. Ma a livello nazionale l’intervento di tutti soggetti coinvolti – Mae Mibac e Regioni – richiede un intervento più sostanziale”. (ma.cip.\aise)

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