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Da stagista ONU a cameriera – La lettera di Alessia al Ministro Fornero impazza sul web

Alessia Bottone

Alessia Bottone è tornata in Italia sette mesi fa, a Verona, convinta di essere pronta per il grande salto verso il mondo del lavoro. Una laurea già conclusa, un’esperienza internazionale significativa, lo stage alle Nazioni Unite come la ciliegina sulla famosa torta e un curriculum di 4 pagine da inviare a più di 200 indirizzi online. Ora, dopo sette mesi passati a servire caffè e rifiutare nuovi stage improponibili (tra cui uno come commessa, a 300 euro al mese), ha preso di nuovo in mano carta e penna, come ai bei tempi della scuola, e ha scritto una lettera al ministro del lavoro Elsa Fornero, pubblicata su Affari Italiani.

“Le agenzie interinali dicono che non c’è nulla per me, il Centro per l’impiego dice che sono sprecata in Italia, molti rispondono che la mia laurea non serve, altri dicono che avendo viaggiato molto sono una persona instabile”.

Queste le parole con cui Alessia descrive il suo calvario. La sua lettera al ministro contiene due richieste, più o meno concrete e realizzabili: la prima è la domanda di una regolamentazione più moderna negli stage, adeguata a paesi come la Francia, dove dopo due mesi lo stage è retribuito per legge. La seconda richiesta è quella di restituire “dignità” ai giovani che “hanno creduto”, come Alessia, che una migliore formazione fosse la prima pietra da scalare per migliorare le proprie condizioni di vita. Altrimenti, e queste son parole sue, “tanto valeva andare a fare la commessa sei anni fa senza chiedere ai genitori di mangiare pane e cipolla per anni”.

D. Hai ricevuto risposte in seguito alla tua lettera indirizzata a Elsa Fornero? Che messaggio lanceresti ai governanti europei?

R. No, ma non è la risposta che conta, tanto sappiamo che le loro parole sono piene di retorica. Se continueremo a farci sentire, prima o poi i governanti europei ci dovranno rispondere. Ma esiste un movimento per i giovani disoccupati? Ci sono gli Indignados, ma non c’è un gruppo di giovani che dice: “mi rifiuto, passo e vado avanti”. Io non voglio spiegare la crisi, voglio raccontarla. Ne sono il prodotto come moltissimi altri giovani.

D. Qual è stato il passo successivo alla lettera?

R. Dopo tutti i commenti e le mail ricevute in seguito alla pubblicazione su Affari Italiani, ho pensato di creare un dominatore comune, uno spazio dove si potesse parlare apertamente. Con la crisi c’è il fattore vergogna: la gente ha paura di dire quello che sta vivendo, ha paura anche di ammetterlo a se stessa. Ho quindi creato un blog con altre ragazze, “Da Nord a Sud, parliamone”, un punto di sfogo non solo per i giovani, per tutti. Quello che accomuna tutta le storie è il “non ci credo più”. A 25, 26 anni è molto grave. La gente non invia neanche più il curriculum perché non riceve risposte.

D. Come si può invertire questo processo?

R. Dopo cinque stage aspetto ancora di iniziare a lavorare. Gli anni passano e le opportunità diminuiscono. Mi hanno chiamata recentemente dal Centro per l’impiego per propormi l’ennesimo stage. Ho rifiutato. Mi è stato detto di accettare perché non avevo alternative. Ho quindi parlato con la dirigente, lei stessa lo ha definito “lavoro in nero camuffato, ovvero una strategia per non pagare”. È una forma legalizzata di sfruttamento, non è possibile che l’Europa si occupi di diritti umani e che certi paesi europei chiedano ancora a noi giovani di lavorare gratuitamente. Penso che lo Stato si componga, prima di tutto, da noi cittadini. Nel momento in cui “noi” ci fermiamo, lo Stato stesso si ferma. Abbiamo un potere immenso ma non ne siamo consapevoli. Questa crisi ci accomuna e forse davvero possiamo trarne un vantaggio. Perché non dire: “no. Attenzione, il governo siamo noi, siamo sempre qui e vi teniamo d’occhio“?.

D. Qual è stata l’origine di questa situazione senza prospettive?

R. Ci è stato detto di studiare per avere una vita migliore rispetto a quello dei nostri genitori, ci è stato detto che bisognava laurearsi per poi arrivare a scoprire che uno non servi, due non sei qualificato e tre che sei una risorsa da formare. Siamo laureati, qualificati, formati, e infine lasciati fuori dal mondo del lavoro. Io sono figlia di questo controsenso.

D. La storia di disoccupazione che ti ha colpito più di tutte?

R. Quella di un signore sulla quarantina con un’agenzia immobiliare che ha tentato il suicidio. La moglie non vuole che si sappia perché si vergogna, ha paura che poi magari non gli comprano la casa. Ci vedo la disperazione di un padre. Io dopodomani potrei andare in Svizzera a fare la cameriera, ma a un cinquantenne con 3 figlie che opportunità gli dai, cosa si inventa?

D. Quale sarà la tappa successiva?

R. Non sono storie di cui avremmo mai pensato di parlare. Casi sporadici sì, ma adesso si vive con la paura, le persone iniziano a risentire della crisi a livello psicologico. Attraverso il blog vorrei portare avanti un piccolo progetto, ovvero realizzare un documento riunendo tutti i numeri di aiuto, di supporto psicologico, per chi ha bisogno di parlare.

Per contattare direttamente Alessia, potete scrivere a alessiabottone @ libero.it

Fonte: www.cafebabel.it / Intervista di Bibbi Abruzzini

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