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AAA NUOVI GIOVANI ITALIANI ALL’ESTERO CERCASI: LA PLENARIA DISCUTE DI NUOVE MOBILITÀ

Cercare, osservare, censire e quindi, capire i nuovi giovani italiani all’estero. Si è parlato di una “nuova mobilità” ieri mattina all’assemblea plenaria del CGIE, giunta all’ultimo giorno di lavoro alla Farnesina.

Indicato dal segretario generale Elio Carozza come il tema che farà «da filo conduttore delle prossime commissioni continentali», in programma a settembre, il focus sui giovani sarà al centro della prossima plenaria di fine novembre. A questo appuntamento il Consiglio generale dovrà avere «elementi conoscitivi e statistici precisi» del fenomeno.

Per il momento i dati disponibili sono quelli dell’Ocse – riferiti al 2011 – e quelli diramati dall’Istituto Europeo di Firenze che collabora ad un’ indagine che proprio ieri il Ministero degli Affari Esteri ha rilanciato.

Ad illustrare questi dati è stato il presidente della VII Commissione Carlo Erio: «I tempi cambiano in fretta, succedono cose nuove ed emergono nuovi problemi» ha esordito. «Basti pensare che prima della Conferenza dei giovani del 2008 parlavamo soprattutto di oriundi, oggi di giovani italiani che ripartono». I dati sull’emigrazione giovanile in Europa parlano di 120 mila diplomati che, dal Sud Europa, emigrano soprattutto in Gran Bretagna (30%), Germania (11), Olanda (8), Belgio e Francia. Il 20% di loro è impegnato in ingegneria, un altro 11% nel computing. La metà di chi parte aveva già un lavoro e lascia il suo Paese per avere migliori opportunità» .

Diversi i dati italiani, che invece scelgono soprattutto  Germania (20%), Francia (16%) Gran Bretagna (13%), Svizzera e Americhe. «Questi giovani scelgono il Paese di approdo per le opportunità di carriera, per garantirsi un reddito più alto ma anche per la migliore qualità della vita. La conoscenza della lingua è un criterio discriminante solo per il 27% di chi parte». Secondo i dati Ocse, la maggior parte ha la laurea e il 60% ha tra i 30 e i 40 anni.

In Sud America sono arrivati 78.900 italiani, ma è un numero che conta solo chi si è iscritto all’AIRE. Dal 2009 al 2011 in Brasile sono stati rilasciati 1500 visti l’anno ad under 40. In Nord America  invece, i visti rilasciati sono stati 2000 (sempre all’anno) anche per lavoro provvisorio. In questo caso, ha detto Erio, «se non trovano lavoro si muovono all’interno del continente ma non tornano in Italia».

Insomma, il fenomeno é ancora abbastanza fluido, non ancora circoscritto. La difficoltá maggiore è che molto spesso i giovani emigrati italiani si tengono alla larga dall’AIRE, quindi il CGIE ha il compito  di dare suggerimenti  ed esortare i giovani interlocutori ad assumersi le propprie responsabilitá.Gli eletti all’estero dovrebbero fare consorteria con i nuovi migranti, giovani che, seppure con altri mezzi, ripercorrono la stessa via dei padri, o meglio dei nonni. Prosegue poi Erio sostenendo che «sono i politici che devono sollecitare a loro volta regioni e comuni italiani per l’istituzione non solo di un osservatorio, ma anche di sportelli di informazione e aiuto all’espatrio».

Secondo Erio é compito della Farnesina «lanciare una campagna di informazione sui diritti di chi si reca all’estero, promuovere l’iscrizione all’AIRE attraverso il lavoro congiunto di  Consolati, Comites e Camere di Commercio. E’ la Farnesina che  dovrebbe, ancora, creare un osservatorio per la partenza, monitorare le esigenze dei nuovi migranti, facilitare la creazione di reti di accoglienza. Coinvolgendo anche i patronati».

Non si tratta, ha puntualizzato Erio «di creare centri di mutuo soccorso, ma  punti informativi sui problemi del lavoro; in questo le CGIE  potrebbero aiutarci. Comites e associazioni completerebbero l’assistenza».

«Sulle associazioni- prosegue Erio- è evidente che alcune non possono attirare i nuovi migranti. Arrivati all’estero i giovani ne hanno create di nuove e uno dei compiti del CGIE è di avvicinare queste nuove realtà per creare nuove sintesi di interventi. Ma- ha aggiunto- alle azioni all’estero deve combinarsi anche un’azione in Italia affinché non ci sia più una “crisi di rigetto del Paese verso la sua emigrazione”. Perció è indispensabile monitorare le partenze, attraverso l’azione di  regioni e comuni».

Concludendo, Erio ha aggiunto che «la proposta della Commissione è quella di organizzare, a margine della prossima plenaria, una tavola rotonda o un seminario, invitando anche giovani italiani individuati tra i nuovi migranti per avvicinarli alle istituzioni italiane presenti all’estero». Molto partecipato il dibattito: Papandrea è intervenuto per integrare i dati di Erio con quelli che riguardano l’Australia, suo Paese di residenza: «nell’ultimo anno sono arrivati 22.770 giovani con visti temporanei, 9.000 per le cosiddette working holidays. L’Intercomites Australia ha scritto sia al Ministro Bonino che al Ministro per le migrazioni australiano segnalando le difficoltà in cui s’imbattono i giovani italiani,soprattutto in materia di lavoro e assistenza sanitaria».

Anch’egli residente in Australia, Casagrande ha portato all’attenzione del CGIE il grosso problema di  «agenti dell’emigrazione che si fanno pagare per dare informazioni, spesso anche errate se non illegali, ai nuovi migranti che hanno bisogno del permesso di residenza». Dal momento che «Ambasciata e Consolati italiani non hanno personale a sufficienza e che i Comites fanno quello che possono», secondo Casagrande servirebbe una struttura più solida, come quella che l’Australia ha creato col Brasile. «Si tratta -ha spiegato – di una struttura privata per permessi e certificati per emigrare; struttura che non manda nessuno se prima non gli hanno trovato lavoro».

Lavoro che in Italia non c’è perché ormai nessuno é disposto ad investire nel nostro Paese. Secondo Bertali (Inghilterra), «creare opportunità di lavoro è l’unica soluzione». Oltre ai monitoraggi quindi, bisogna  anche dare impulsi ad un sistema che, paralizzato,non incentiva nessuno ad investire.

Anche la Germania ha stipulato accordi con l’Italia. Lo ha spiegato Tommaso Conte: «il Ministero tedesco ha firmato un accordo con alcune regioni del Sud Italia per avere infermieri con Laurea Triennale. Per la loro formazione linguistica la Germania utilizza soldi  provenienti da fondi europei. I ragazzi, dal canto loro, firmano un contratto per 2 anni di lavoro». I problemi sorgono proprio qui: «se la realtà è dura o si hanno difficoltà -continua Conte-  i ragazzi non possono recedere dal contratto se non addossandosi un debito che va dai 6 a 10 mila euro». Prosegue Conte affermando che di questo disagio « sia Consolato che Ambasciata non sanno niente e non ne vogliono sapere niente. Il CGIE dovrebbe chiedere l’istituzione di uno sportello ad hoc presso i Consolati». «Grande è invece il lavoro che a Nizza fanno Comites e Camera di Commercio- ha detto Capaldo. Poi prosegue: «Nizza è grosso snodo: c’è chi viene e chi va e la CGIE di Nizza aiuta moltissmi giovani con stage e tirocini.

Nuovi giovani italiani sono stati avvistati anche in Perù. Raccogiamo a testimonianza di Giacomo Canepa: «Sono in Perù da anni e solo l’anno scorso ho visto di nuovo italiani arrivare. D’altronde, il Perù è diventato un Paese appetibile grazie alla repentina crescita economica, seconda solo al Cile».Secondo Canepa «il difficile é inserirsi nel mercato del lavoro e non si ha nessun aiuto dai Consolati, che dirottano i connazionali sul Comites, che a sua volta non può fare altro che segnalarli alle varie associazioni. Come CTIM noi abbiamo aiutato qualcuno – ha concluso – e spero di poterlo fare ancora anche alla luce di quello che ha fatto il Perù per me e la mia famiglia».

Tabone é invece del parere che sportelli informativi dovrebbero essere istituiti nelle Camere di Commercio anziché nei Consolati. Lui, che lavora presso la Camera di Commercio italiana in Francia, ha segnalato inoltre l’importanza degli accordi con le università: «abbiamo promosso un Master franco-italiano in Management con l’università di Nancy che funziona molto bene».

Deputato nelle ultime due Legislature, Franco Narducci (Svizzera) ha sostenuto che «il CGIE deve dare testimonianza al Paese». Il tema è troppo importante per essere sviluppato senza la presenza di interlocutori qualificati e soprattutto che hanno il potere di prendere decisioni. Molto critico con l’Italia é Narducci, a causa della lenta burocrazia e dell’incapacitá del nostro Paese di guardare al lungo periodo. Ha ribadito inoltre che «Non è possibile far passare mesi per creare un’impresa.Servirebbe un sistema di formazione professionale vero, statalizzato, che leghi scuola e lavoro in tutti i campi. Se gli stranieri non vengono ad investire in Italia è anche perché non c’è professionalità. La legge Fornero ha istituito un sistema di apprendistato che è stato un fallimento totale: l’anno scorso vi hanno aderito in 11 mila unitá appena. Con l’ UNAIE, -prosegue Narducci- abbiamo parlato molto dei giovani, anche perché molte associazioni cercano eccellenze all’estero. Io sono convinto che l’Italia corra un serio rischio». È vero che nel mondo globalizzato we must go ma dobbiamo anche tener conto del fatto che in Italia ormai nessuno piú decide di venire.

 

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