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Italia: fabbrica di disastri PDF  | Stampa |  E-mail
Scritto da Giuseppe di Claudio   
Martedì 16 Febbraio 2010 21:31

Gli italiani dalla memoria corta alle prese con disastri naturali provocati sempre più dall'intervento irrazionale dell'uomo. Una Protezione Civile che non protegge nessuno.

 

Morfologia, orografia, geologia sono termini fondamentali per governare e monitorare il rischio idro-geologico dell’Italia. Morfologia ed orografia giocano un ruolo importantissimo nella distribuzione delle piogge sulla nostra Penisola, ma a causare il maggior numero di danni e vittime in Italia non è sempre il fato, ma assai più spesso l’abusivismo edilizio, il menefreghismo, la cattiva gestione del territorio, la costruzione di argini troppo stretti e la malversazione di alcuni amministratori senza scrupoli.

La cronaca ci ha abituati ormai a non fare più caso alle decine di eventi che quasi quotidianamente interessano il territorio del nostro paese. Ma perchè la memoria degli italiani non difetti, riportiamo alcuni dei disastri più gravi dei nostri tempi, molti dei quali sono dovuti alla mano dell'uomo:

1 dicembre 1923: disastro del Gleno (Bg): morti 500. Le cause furono il crollo della diga per cattiva progettazione e costruzione.

13 agosto 1935: disastro di Molare (Al): morti 111. Crollo della diga per motivi geologici e strutturali.

2 dicembre 1959: disastro di Malpasset: morti 423 per crollo della diga per motivi geologici e struttural.

9 ottobre 1963: il Vajont, 1910 vittime. Causa del disastro: natura geologica delle sponde dell'invaso.

Il 10 ottobre del 1963 titolavano i giornali: “Emergono da un mare di fango centinaia di poveri corpi straziati (Il Gazzettino); L'onda della morte (Corriere della Sera); Oltre 3000 morti a Longarone distrutta (Il Gazzettino/edizione straordinaria); 3000 morti, i terribili 7 minuti (Il Giorno); Errore gravissimo (Il Giorno); Il disastro poteva essere evitato (Il Secolo); Stato un assassinio (L'Unità); Migliaia di morti nei gorghi del Piave (La Notte).

Scriveva Sandro Dini sul Secolo XIX: “….oserei dire che qui a Longarone e nella zona tutta intorno , la distruzione è stata più totale che in Giappone: a Hiroschima era infatti rimasta qualche casa in piedi, anche nella zona dell’epicentro dell’esplosione. Qui, per una zona che si può calcolare lunga 3 chilometri e mezzo e larga dai 500 ai 900 metri, non è rimasto nulla di vivo o di vita, ma solo desolazione, distruzione e dappertutto una roccia brulla colore del deserto...".

Ma dopo i giorni del lutto, i lunghi processi e le buone intenzioni tutto restò come prima. Mentre la politica ignorava completamente la prevenzione e si dedicava all'organizzazione del dopo-catastrofi, la natura continuava a fare il suo corso, supportata da un esercito di incoscienti: politici, professionisti, speculatori e criminalità organizzata:

1987 alluvione della Valtellina con 53 morti, migliaia di sfollati ed un danno di circa 4000 miliardi di lire. E puntualmente arrivò il giorno di Sarno: “martedì 5 maggio alle quattro del pomeriggio, dopo sei giorni di pioggia intensa ma non eccezionale (140 millimetri nelle 48 ore precedenti), una prima frana si stacca dai versanti del Pizzo d'Alvano e investe Episcopio, frazione di Sarno. Poi, dalle otto di sera e per tutta la notte, è la catastrofe: una serie di vere e proprie colate di fango colpisce altri paesi pedemontani: Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano. Il fronte delle colate fangose raggiunge altezze dell'ordine dei metri e semina morte e distruzione: più di duecento morti e migliaia di sfollati”. Questo il ferale Bollettino Nazionale di Italia Nostra, n. 347 dell'aprile 1998.

Il tutto con una spesa per la riparazione dei danni che nel solo decennio 1994-2004 è ammontata a 20.946 milioni di euro, senza risolvere strutturalmente niente , poiché ancora adesso il 50% degli italiani è a rischio. Una spesa assai maggiore di quanto costerebbe affrontare per tempo i problemi. 

Ma i disastri non sono solo questi. Pensate ai terremoti. Siamo insomma il paese dell’emergenza continua, come ben evidenziato dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ) che fornisce dati impressionanti:  

1) i comuni interessati da frane sono ben 5596 ( 69% del totale) con rischio molto elevato per 2839 ; a tutto il 2006 i fenomeni franosi censiti sono 470 mila riguardanti un’area di 20 mila km quadrati. Ben 2/3 delle zone esposte a rischio interessano centri urbani, infrastrutture e aree produttive connesse allo sviluppo economico-sociale del paese, e le cause per lo più sono di origine antropica (umana).   Ad esempio nella zona di Sarno colpita nel 1998, già nel periodo 1841- 1939 si erano verificate 5 frane, ma il fenomeno aveva avuto una progressione impressionante nel secondo dopoguerra, con ben 36 eventi franosi, senza che alcuna autorità politica o tecnica prendesse provvedimenti.  

2) Le aree a maggior rischio sismico, sempre secondo l’ISPRA, sono :   1-Settore friulano; 2-Dorsale appenninica centromeridionale; 3-Margine calabro tirrenico; 4-Sicilia sudorientale.   Il 69% dei comuni sono a rischio sismico (si salva solo la Sardegna, di epoca geologica terziaria rispetto al resto d’Italia di epoca quaternaria).   L’elenco dei terremoti esemplifica quanto sopra: 1908 - Terremoto di Messina con circa 100.000 morti; 1915- Terremoto in Abruzzo con 15.000 morti di cui circa 10.700 nell’epicentro di Avezzano dove si salvarono solo in 300; 1930- Terremoto in Irpinia con 1425 morti; 1968- Terremoto nella valle del Belice in Sicilia con circa 250 morti; 1976- Terremoto in Friuli con circa 1000 morti; 1980- Terremoto in Irpinia con circa 3000 morti ; 1997- Terremoto in Umbria con morti, danneggiata tra l’altro la basilica di S. Francesco d’Assisi coi preziosi dipinti di Giotto e del suo maestro Cimabue; 2002-Terremoto nel Molise , tra l’altro una scuola crollata con 27 bambini come vittime; 2009-Terremoto in Abruzzo con circa 300 morti.  

3) Esiste anche un’accentuata pericolosità vulcanica (dati ISPRA) in zone come: 1-Area vesuviana ; 2-Isola d’Ischia 3-Settore etneo; 4-Isole Eolie; 5-Colli Albani.   Il pericolo non risiede solo nell’attività vulcanica , ma in alcuni casi anche nell’eventuale attivazione di fenomeni gravitazionali con relative onde di maremoto. Eppure dopo il terremoto del 1980 si decise di realizzare 20.000 alloggi nella zona rossa sotto il Vesuvio e solo nel 2003 fu emanato un divieto edilizio che riguardava 250 km a rischio, cercando di indurre chi abitava sulle pendici del Vesuvio a trasferirsi, incentivandoli con la corresponsione di 30.000 Euro.   La gente pensò bene di incassare la somma ma di lasciare la casa ad altri, vanificando l’iniziativa: in tutto ci furono la miseria di 378 trasferiti. Attualmente un piano di evacuazione predisposto dallo Stato, in caso di attivazione vulcanica del Vesuvio, richiederebbe ben 12 giorni.

Ancora una volta, all’indomani del mare di fango che ha colpito la Calabria, l’Italia si ricorda di avere un conto in sospeso con il suo territorio. La maggior parte degli Italiani si indignano, alcuni si dicono profondamente affranti, altri fanno scattare l’istinto della solidarietà che per fortuna ci contraddistingue, taluni si affrancano dalle proprie responsabilità accusando i propri predecessori e l’abusivismo edilizio incontrollato ed incontrollabile lasciatogli in eredità, i più fantasiosi poi si scrollano ogni addebito di responsabilità portando a discapito delle proprie colpe i cambiamenti climatici, quasi che il clima sia sempre rimasto uguale a se stesso dalla notte dei tempi, mentre solo oggi cambia a suo piacimento.

Sta di fatto che all’indomani dell’ennesimo annunciato disastro ambientale si scopre che politici ed amministratori sono tutti altamente propositivi ma, passata l’enfasi e lo sdegno iniziale, tutto torna allo status quo in cui versa la nostra nazione dal dopoguerra.  Per non dimenticare cos’è realmente l’Italia ecco una piccolissima parte dei 21.275 e lo scrivo anche in lettere perché lo si memorizzi meglio, ventunmila duecento settantacinque, eventi franosi che hanno interessato l’Italia da che esiste un censimento ufficiale e ben 16.199 eventi di inondazioni che hanno colpito altrettanti comuni, partendo dal 18 Novembre 1951 quando, a seguito di intense e prolungate piogge avvenute nel bacino idrografico del Fiume Po, lo stesso ruppe gli argini di sinistra ad Occhiobello, Malcantone e Paviole in provincia di Rovigo provocando la più vasta inondazione del xx secolo in cui persero la vita 123 persone, 7 rimasero disperse e 140.000 persone rimasero sfollate senza un tetto. Si tratta del primo dei tanti disastri naturali avvenuti nel nostro paese in era moderna, tristemente noto come l’alluvione del Polesine ed evidentemente deliberatamente dimenticato dai più.

La Protezione Civile ha fallito il suo scopo ed il coro di sostegno all'azione di Guido Bertolaso è solo il tentativo della classe politica di gettare fumo negli occhi degli italiani. Il problema non è se si tratta di "massaggi" o di "ripassate"; il problema serio è che fiumi di miliardi sono stati spesi male a danno del territorio nazionale. In questa megagalattica torta a cui hanno affondato i denti politici, professionisti senza scrupolo e criminali di ogni sorta, sono state volatilizzate risorse fondamentali per la protezione e tutela del territorio, risorse che non ci sono più. Bisognerà cambiare registro: non Protezione, ma Prevenzione civile, perchè le migliaia di morti inutili continuano, inascoltate, a chiedere giustizia.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 11 Maggio 2010 09:38
 

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