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Emanuele Dequarti Il fotografo delle metafore della natura

Inauguriamo con questa intervista una sezione  del nostro portale chiamata “Artisti Italiani in Spagna”. Invitamo i connazionali residenti nel paese iberico che vogliono raccontare e far conoscere la loro passione culturale e artistica, non professionale,  a farci pervenire le informazioni e storie personali corredate di materiale fotografico relativo alle loro opere. Le pubblicheremo volentieri.

Emanuele Dequarti (ritratto)

Oggi conosceremo Emanuele Dequarti,un Analista ed esperto di Marketing, originario di Pavia, ma a Madrid da ormai dieci anni, con una grande passione per la fotografia.

Come é nata questa passione e da quanto tempo ti dedichi alla fotografia?

Dopo aver scattato qualche foto per gioco con una reflex di un amico, ormai dieci anni fa, ebbi la sensazione di poter comunicare tramite la fotografia e da quel momento non l’ho piú abbandonata. La fotografia è un’impronta digitale, non ci saranno mai due fotografi esattamente identici, citando José Saramago, “dentro di noi c´è qualcosa che non ha nome, quel qualcosa è ció che siamo”.

Il tuo ultimo viaggio fotografico è stato sulle Dolomiti, perché hai scelto questa meta?

Prima di tutto si tratta di una localitá italiana, penso che in questi tempi difficili, guardare al patrimonio di valori, risorse ed eccellenze del Nostro Paese, sia una fonte inesauribile d’ispirazione. Si tratta di posti fantastici che fanno parte del Patrimonio Mondiale dell´Unesco, dove nulla si crea, tutto si trasforma, poco si cancella: la bellezza di questi posti ti toglie il respiro, come nel caso delle migliori opere d’arte ed ha una forte componente mistica, quindi avvicina l’uomo al Divino. La montagna ci offre una serie infinita di metafore: i suoi contrasti, che ricordano il concetto taoista di yin e yang, energie opposte che si compensano, il timore riverenziale che infonde, in concetto di sfida e di lottare per qualcosa, la resilienza, il fatto di non dare mai nulla per scontato, la propensione a prendersi un momento per riflettere. Senza dimenticare i valori che si respirano tra quelle montagne, le persone, la solidarietá, i momenti di gioia condivisi. Mi ricordano spesso l’aria che si respira nel Cammino di Santiago. Credo inoltre che la societá moderna dia troppa importanza alle parole, mi affascinano le filosofie orientali, per es. il concetto giapponese di Ishin-denshin, letteralmente  “dal mio spirito al tuo spirito, dal mio cuore al tuo cuore”, ovvero una forma di comunicazione interpersonale che prescinde dall’uso della comunicazione verbale: da quelle parti si ascoltano poche parole, ma una forte sensazione di contatto con la natura e con chi incontri nel cammino. Le Dolomiti hanno un’anima, sono un argomento da osservare, su cui riflettere, e quindi da rielaborare.

Potresti dare un consiglio a chi vuole cimentarsi nella fotografia?

Nell’etimologia della parola “fotografo” è racchiusa la sintesi di ció che è necessario tenere a mente per fotografare: il fotografo è “colui che scrive con la luce”, quindi si tratta di raccontare una storia, con una visione personale, modellando la luce.

Lo scatto è solo la parte finale, prima occorre pensare, il fotografo è un filosofo dei tempi moderni, deve pensare per far pensare, la foto è una manifestazione della sua visione personale. Ció che davvero implica un processo di apprendimento è la capacitá d’osservazione del mondo. Nel caso della fotografia di paesaggio è utile pensare anche alla cucina, come ricorda il nostro Chef Antonino Cannavacciuolo, ci vuole ricerca e rispetto per la materia prima, cercare la qualitá e assecondarla. Come si puó tradurre questo concetto nella fotografia? In una sveglia alle 3.30 di notte per andare a fotografare un´alba al Lago di Braies: solo quel momento ti dará quelle luci calde, delicate e soffuse, che vanno assecondate per trasmettere determinate sensazioni.  Uno scenario totalmente diverso da un mezzogiorno di fuoco, circondato da turisti. O nella pazienza di ritornare piú volte a Passo Giau per catturare un buon tramonto, o nell’aspettare una schiarita alle Tre Cime di Lavaredo, dopo una pioggia incessante. Oppure suggerirei di pensare ai nostri connazionali artigiani, che con passione, studio e dedizione contribuiscono a creare eccellenze del nostro Paese, con il sogno nel cassetto di diventare artisti. Pensando poi al mondo dei social, mi ricordo delle parole del nostro famoso connazionale fotografo Oliviero Toscani, secondo cui la ricerca del consenso a tutti i costi porta alla mediocritá.

Qual è il tuo rapporto con i colleghi spagnoli e come ci si sente da italiano all’estero?

Mi sono trovato sempre molto bene con gli amici spagnoli appassionati di fotografia, penso abbiano un approccio simile al nostro, con una parte passionale ed istintiva che aggiunge un quid alle foto. Ho quindi creato un gruppo “Madrid International Photographers”, che è arrivato a circa duemila iscritti sulla piattaforma di eventi Meetup: nei tempi pre-pandemia si organizzavano parecchi eventi a tema (paesaggio, ritratto, street photography, etc.), che speriamo di riprendere in un futuro prossimo. Tra i fotografi spagnoli, ammiro molto Cristina García Rodero, la prima persona di nazionalitá spagnola ad essere stata ammessa nella prestigiosa agenzia internazionale di fotogiornalisti Magnum.

Quali progetti per il futuro?

Oltre a portare avanti la mia passione per la fotografia di paesaggio, vorrei dedicarmi alla mia idea particolare di ritratto, ovvero una fotografia che vada alla ricerca della vera essenza della persona, nella sua unicitá: una spontaneità che si ottiene solo dopo qualche minuto di scatti con quella persona, qualcosa totalmente estraneo alla logica mordi e fuggi dei social, i quali vanno al ricerca di un personaggio, non di una persona. Ancora una volta mi rifaccio a un concetto nostrano: dallo slow food alla slow photography. Magari i miei ritratti racconteranno storie d’italiani in Spagna.

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